Siracusa, 20 Dicembre, 2009
Il Collegio dei Docenti era alle sue ultime battute, ed il Preside arringava ancora il suo pubblico. A richiamare la mia attenzione, da dietro, una mano sfiorò la mia spalla, ed una voce: “Piero, scusami se ti disturbo, ti dispiacerebbe, quando finirà il collegio, darmi un passaggio in macchina fino a casa?”
Come negare il passaggio a quel fare delicato, a quel sorriso implorante, a quella persona così perbene, peraltro convalescente da una gravissima malattia? Non l’avrei, di certo, negato a nessuno un passaggio, figuriamoci a lei! E, poi, a volere fare due conti, cosa mi sarebbe costato? Niente. Almeno così credevo!
“ Si, Carmela.” – Le dissi con laconica schiettezza - Immediate mi sovvennero, però, le parole di mia moglie: “Piero, taggliu rittu tanti voti ca ’sta machina fa puzza ri cani, a fari lavari anchi ri rintra” *Piero, ti ho detto tante volte che questa macchina fa odore cattivo di cane, devi farla lavare anche al suo interno.
E dopo una breve pausa, aveva aggiunto: Vuòggliu virriri u Christu ra mala figura ca farai quannu qualcunu ti cecca ’m passaggiu! *Voglio vedere il Cristo della magra figura che farai quando qualcuno ti chiederà un passaggio”
Quando pretende che io faccia qualcosa, quando esige che io cambi un mio comportamento, quando è esasperata dal perpetuarsi di situazioni da lei non condivise, insomma, quando ha raggiunto la saturazione, allora mia moglie ricorre al dialetto, cominciando con espressioni del genere: “vuoggliu virriri, se…”
I miei figli, allora, sapendo che lei sta per lanciare una qualche premonizione, fanno ogni tipo di scongiuri. Quindi si ride.
Il dialetto è una lingua speciale in lei, quella con cui dà alle parole una carica comunicativa più dirompente, uno spessore e un peso specifico che superano le leggi della fisica del linguaggio. E tutto ciò senza fare ricorso alla retorica, che non ama, non a figure di suono o di significato. Con il dialetto le sue parole si dilatano naturalmente nello spazio e nel tempo: divengono un’eco indelebile nell’anima di chi le ascolta. Quando comincia a parlarmi in dialetto, so già che sta per profetizzare e che diviene la mia Cassandra, ed allora so che per me non c’è scampo! Il presagio diviene l’ineluttabile.
Dal modo in cui quelle parole erano state pronunciate, dalla veemenza del tono, si intuiva facilmente che, per lei, la mia noncuranza dell’autoveicolo aveva superato ogni limite di guardia. Il suo non era più un consiglio confidenziale, ma un ordine perentorio, trasgredito il quale, occorreva paventare la sciagura. Facendo una ricognizione di quella frase, non pervenivo ad una esegesi soddisfacente: Si trattava di profezia o di auspicio? In entrambi i casi, comunque, di una sventura! Nei panni dell’ermeneuta trovavo soprattutto difficoltà di fronte alla parola ‘Christu’.
Quale valenza assegnarle nel contesto della veggenza? Lui, il Salvatore, si sarebbe fatto vendicatore della trasgressione degli ordini impartitimi da mia moglie? Escludevo, comunque, da parte di lei, nell’evocazione del Signore una volontà blasfema. Si trattava, forse, di una imprecazione, dove Cristo con la Sua grandezza costituiva solo un termine di confronto. La mia trascuratezza dell’igiene della macchina era, per iperbole, pari in grandezza, solo alla grandezza di Cristo. Smisurata, quindi. Sulla terra non c’era altro termine di confronto, non c’era una dimensione comparabile con quella della mia noncuranza del veicolo. Il dialetto e Cristo, entrambi in funzione dissuasiva, quindi.
Mi piacque questa interpretazione del testo, anche se la figura di Cristo in quel contesto mi inquietava come una oscura minaccia biblica. Quegli inviti di mia moglie, ai quali mi ero ripromesso di dare seguito con i fatti, ma solo non appena fosse stato possibile, costituirono un tormento per il mio spirito nell’attimo stesso in cui dichiarai alla collega la mia disponibilità ad accompagnarla. Non mi lasciarono un solo attimo tranquillo. Cominciarono a ruotare vorticosamente nel mio cervello con la violenza di un turbine, generando un’ansia crescente, che, senza accorgermene, si autoalimentava e stava divenendo ormai panico. Invero, più volte, in precedenza, mia moglie mi aveva invitato a pulire la macchina anche al suo interno, e l’aveva fatto con tatto, con tono colloquiale, con il garbo di chi si limita a darti un consiglio.
Pressappoco si era espressa così:: “Piero, guarda che, entrando in questa macchina, si avverte l’odore del cane, ti consiglio, pertanto, di farla pulire bene anche dentro, in quanto faresti una brutta figura nel momento in cui dovessi dare un passaggio a qualcuno.” Ed io, con poca convinzione, avevo all’incirca risposto sempre così : “Si, non appena possibile, la farò lavare anche dentro.” E la quiete era assicurata.
Invero, l’odore del mio cagnolino, mi è talmente familiare, che non l’ho mai avvertito in maniera così fastidiosa, né fuori dell’abitacolo, né dentro di esso. Avevo sentito, quindi, quei consigli e quegli inviti, ma non avevo avvertito l’urgenza di tradurli immediatamente in atti. Ora, dopo la richiesta della mia collega, l’ultima ‘predizione’ di mia moglie prendeva corpo e parola. Il mio pensiero non poté non volare rapido a lei, al cane, alla macchina, alla mala figura, a Christu. Un’angoscia inusuale andò progressivamente impadronendosi di me, finche invase tutto il mio essere.
Il preside parlava, ed il mio cervello cercava nei suoi più reconditi recessi una soluzione che mi sottraesse al martirio. La tragedia era ad un passo dal compiersi: c’era il carnefice e c’era pure la vittima. Al di là di due turpi soluzioni, non trovavo una via d’uscita da quel doloroso frangente: la menzogna e la fuga. Potevo pur sempre dire alla collega che mi ero ricordato di un impegno o che non mi ero ricordato che la macchina era in panne, ma potevo pure, finito il collegio andarmene di corsa, fingendo di essermi dimenticato dell’impegno assunto. Non erano entrambe, però, vie percorribili dal mio essere. All’improvviso una salvifica illuminazione: Mentre la riunione era in corso, quando mi sembrò di non
essere osservato, sgattaiolai fuori, raggiunsi di corsa la macchina e spalancai tutte le portiere, perché l’aria esterna, circolando dentro l’abitacolo, portasse via quel gran fetore che doveva impestare l’abitacolo. La collega avrebbe, sì, sentito ugualmente la puzza, ma, almeno in maniera più accettabile e meno biasimevole per me! Quando mi accinsi ad alzare il portellone posteriore, rimasi, pietrificato: lei, accortasi della mia fuga, mi stava rincorrendo. Veniva a passo spedito verso la macchina!
Quaranta, cinquanta metri, ed avrebbe inalato tutto quel buon odore! Chissà se non sarebbe svenuta! Cosa avrebbe detto, trovando quel fetore? E tutte le aperture spalancate non mi avrebbero messo alla berlina agli occhi suoi e di chissà quanti altri colleghi? Chiusi con tutta fretta le portiere e mi rintanai dentro la macchina, come se fossi stato inseguito da una muta di cani.
Lì, fu come ritornare nel seno materno, là, dove sei al sicuro da tutti i mali del mondo! Soltanto mezzo attimo di benessere. La collega avanzava con passo solerte e minaccioso: il barometro dell’ansia riprese a salire. Mi sentivo come mai mi era successo in vita mia, indifeso ed esposto ad ogni tipo di intemperie.
Il sacrificio stava per compiersi! La vittima già piegava il collo al sacrificante. Senso di solitudine e di vulnerabilità. Non era più lei ad inseguirmi, la collega buona e mite che tutti conoscevamo, ma mia madre nel ruolo dell’educatrice. Da bambino, dopo i miei misfatti, per sfuggire alle sue ire, lei, mia madre, mi rincorreva, ed io salivo vorticosamente la scala di legno che conduceva al piano superiore, dove speravo un inutile salvezza…E guadagnato a malapena l’ultimo gradino, giù sotto il lettone! Ma lei, dopo avere tentato di stanarmi con la scopa, mentre sotto il letto mi facevo rotolare da una parte e dall’altra, con flemma, toglieva tavola dopo tavola, poi il materasso…ed infine…mi si oscura la mente… Altre volte, dopo l’affannosa corsa, mi salvavo, scavalcando, come avevo visto fare a mio fratello Masino, nonostante la paura, la finestra che dava sui tetti delle case sottostanti. La paura vinceva la paura.
E lei trattenendo il respiro, temendo che precipitassi giù, mi garantiva il perdono, solo che non continuassi ad andare da un tetto all’altro. In macchina, “ u Cristu ra mala figura” frullava nel mio cervello con effetto panico.
Come salvarmi ora che mi trovavo intrappolato nel mio stesso nido? Per un attimo valutai la possibilità di fare manovra, di girare la macchina, e…di fuggire...Non c’era spazio sufficiente per una manovra rapida! Ed il sentimento della paura cedette il posto a quello della vergogna. Sì, mi vergognai della mia miseria, di quella voce infame che mi invitava a darle ascolto, fuggendo. Mi rimproverai aspramente per questa mia ignobile riflessione. Mi ingiuriai e mi oltraggiai con parole pesanti.
Prodigiosamente avvenne il ritorno della coscienza, e mi resi conto che stavo vivendo un dramma assurdo, un incubo, in cui ero precipitato senza vera ragione. Venni restituito, non so da che, ad una dimensione di verità. E il dialetto divenne in me la lingua della coscienza: “Picchì mi staggliu pigghiannu tutta sta preoccupazione: io fazzu nn’opera bbona e chiddu ca idda voli pinzari penzi! * Perché mi sta prendendo tutta questa preoccupazione? Io faccio un’opera buona e ciò che lei- la collega- vuole pensare di me, pensi pure.
E appena mi dissi le due parole ‘opera bbona’, la macchina si riempì di un ineffabile odore di menta. In quell’ Odore riconobbi una delle lingue Celesti. Ne conoscevo già altre, quelle che potremmo conoscere tutti…Ora, come se avesse atteso con ansia quelle due parole, con una immediatezza sconcertante, nell’attimo in cui le pensai, quell’odore esplose in una gioiosa risposta d’amore. Invase impudicamente ogni più piccolo, ogni più riposto angolo del veicolo. Chi l’aveva mandato mi diceva ‘ti amo ’, così, senza vergogna, senza veli, proprio come sanno dirlo le persone semplici e veramente innamorate.
Non un millimetro quadrato doveva esserne privo. La collega arrivò proprio allora, nel tripudio del mio cuore. Aveva già la mano sulla maniglia, ed io avrei voluto gridarle già prima che aprisse la portiera: “Non lo senti, non lo senti, Carmela, tutto questo profumo di menta?”
Ma mi contenni: volevo da lei una ulteriore, superflua, conferma, la prova oggettiva, quella della certezza assoluta, che mi avrebbe confermato sul senso che avevo tiepidamente dato alla vita. Quando, finalmente vinsi il mio travaglio, quando ebbi più chiara la via della vita, quando feci la mia scelta d’amore, Lui, L’eterno, fece cadere uno dei Suoi veli e, in una delle Sue infinite lingue, mi fece la sua dichiarazione d’amore. Non avevo dubbi, ma non volevo che questi mi assalissero in seguito, quando, con il tempo, realtà e sogno, fantasie e desideri, si fondono e si confondono. Sapevo di essere tornato in me, sapevo che non poteva trattarsi di un gioco dell’immaginazione, di un’alterazione dei sensi, perché mi trovavo nel pieno delle mie facoltà cognitive, percettive e di coscienza. E lei,la collega, illuminandosi di uno straordinario sorriso :“Mamma mia, Piero, che bell’odore di menta fa questa macchina! Dove la tieni tutta questa menta?”
Non so perché, ma contro l’evidenza, le dissi, ironicamente, che lì ci poteva essere solo puzza di cane. L’accompagnai a casa senza parlare della cosa. Rimasto solo, ero felice, perché avevo in mano la prova che tutti vorrebbero avere. Continuai nel mio viaggio verso casa e mi comportai più o meno come San Tommaso. Mi chiesi se ciò che era accaduto, poteva essere accaduto. E puntualmente quel dubbio che, come tante altre volte, non avrei dovuto avere, fu dissolto dal ripetersi del fenomeno, ma questa volta in una forma meno dirompente, più lieve, più confidenziale, direi, più personale. Più intima. Come una nuvoletta passò tra il vetro ed il mio petto, sfiorò le mie narici e se ne andò attraverso il vetro chiuso della portiera di sinistra. Là dove mi trovavo io al volante. Pochi giorni dopo, uscito di buon mattino per fare la spesa, incontrai mia moglie che era uscita poco prima di me per andare al lavoro. Mi fece cenno di fermarmi, ed immediatamente scese dalla sua macchina raggiante di felicità: aveva in mano un lussureggiante, voluminoso mazzo di menta. “Guarda ,Piero, come è fresca ed odorosa questa menta, me l’ha portata Lucia, la mia collega. L’ha colta poco fa nel suo giardino.”
Ansioso di risentire quell’antico odore che aveva cambiato definitivamente il senso della mia esistenza, desideroso di provare quella medesima estatica sensazione, odorai profondamente, ma rimasi fortemente deluso: l’odore si percepiva appena.
Scornato, mi dissi: “Ecco che ti succede, se vuoi accostare il sacro al profano!”
Ero orgoglioso, fiero di quel messaggio. Poi ci pensi su e comprendi che quando ricevi una tale dichiarazione d’Amore, hai delle grosse responsabilità: devi corrisponderle degnamente e non deluderla mai. E non è facile! Credetemi, non è facile. Tornato a casa, scrissi:
LE STELLE AVRANNO UN SENSO
Quando, infine Le stelle avranno un senso
e non più attenderò l’alba che mi inizi alla favola del giorno.
Quando non più i segni inseguirò per trovarti là dove lasci l’orma tra le braccia Tue
non avrà più sete Lo spirito mio o Signore.
Odorerò non più solo i profumi
Attingerò alla Fonte della Vita.
N.B. L’evento descritto si è verificato nel 2005 nei pressi del Liceo Scientifico L. Einaudi di Siracusa.
Dedico questo mio scritto a Padre Pietro Floridia.
Con Cristiano Amore.
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